Burlington Coat Factory toglie pellicce e inserti in pelo dai suoi scaffali

La catena USA ne ha vietata la vendita nei 600 store del gruppo

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Dopo ripetuti colloqui con PETA, il brand americano Burlington Coat Factory ha annunciato di aver rimosso tutti i capi contenenti pellicce dai suoi scaffali e averne vietata la vendita nei suoi 600 store in tutto il paese.BurlingtonIl risultato è frutto di 10 mesi di trattative con PETA che ha organizzato per anni manifestazioni di protesta contro la catena.

PETA ha più volte denunciato come gli animali nelle “fur farms” in Cina (ad oggi ancora il maggior Paese esportatore di pellicce e inserti in pelo) trascorrono la loro breve vita in gabbie piccole e sporche, con limitato accesso al cibo e quasi nessuna disponibilità di acqua pulita, in attesa di essere uccisi con elettrocuzione, avvelenamento o con il gas.

Milioni di animali – inclusi cani e gatti – vengono maltrattati, picchiati e infine spesso scuoiati vivi per la loro pelliccia.

Altri invece vengono catturati in natura: secondo un dato del 2014 sono 10 milioni gli animali selvatici che ancora oggi perdono la vita ogni anno per diventare pellicce.

Burlington PetaGli strumenti utilizzati sono trappole a molle, gabbie trappola, lacci e tagliole. Sopratutto queste ultime per gli animali sono dolorosissime, perché incidono la carne delle zampe fino ad arrivare all’osso. Talvolta, inoltre, gli animali cercano di mordersi le zampe per di scappare.

“Una società civile e progredita deve riconoscere che la bellezza non può derivare dall’uccidere e depredare creature senzienti. Burlington Coat Factory si unisce oggi a centinaia di marchi importanti che hanno deciso di passare al fur-free, come J.Crew, Calvin Klein, Ralph Lauren, H&M, Inditex (che possiede il marchio Zara), Ann Inc., Benetton, QVC, e Zappos. E’ tempo che ogni brand segua questa strada” conclude PETA

Tra i grandi marchi che hanno scelto di eliminare le pellicce dalle loro collezioni ricordiamo anche Armani, Yoox Net-A-Porter Group, Gucci, Hugo Boss e OVS.

Fonte: PETA
Foto: PETA e Pixabay

 

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