Trentino: un nuovo caso Daniza?

Le associazioni: è tempo di ripensare il progetto Life Ursus

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“Nessuno tocchi l’orso”. Questo è il grido delle associazioni animaliste che già vedono ripetersi nella vicenda di questo nuovo attacco un altro caso Daniza. La scorsa settimana, infatti un uomo di 45 anni, è stato assalito da un orso mentre correva insieme al suo cane, nel bosco sopra Cadine (TN) procurandogli diverse ferite. L’uomo ha raccontato di essere stato raggiunto da alcune zampate, riportando ferite alla testa, all’addome e agli arti superiori. A seguito dei fatti, Ugo Rossi, presidente della provincia autonoma di Trento, ha emanato un’ordinanza a presidio dell’incolumità pubblica per identificare e catturare il plantigrado, che verrà poi trasferito in una struttura dove passerà il resto della sua vita in cattività. L‘abbattimento, come per Daniza, è contemplato solo nel caso in cui l’orso si dimostri pericoloso per l’incolumità degli operatori che ne stanno effettuando la cattura. Insomma stesso copione, sperando però in un diverso finale.

orsoLe associazioni sono concordi nel sottolineare come, a fronte di tre aggressioni nell’arco dell’ultimo anno – oltre alla presente e a quella in cui è stata coinvolta Daniza, ce ne sarebbe stata una terza il 29 maggio 2015 nel comune di Zambana (TN) – il vero problema da affrontare sia quello della convivenza uomo-orso, che sta rivelando non poche criticità in un territorio fortemente antropomorfizzato come quello italiano.

“L’ordinanza ha il solo scopo di dare una risposta a quella parte di politica trentina che vorrebbe sterminare gli orsi” commenta la LAV “ma è del tutto inadeguata in riferimento al problema della convivenza. Eppure, rispetto a quanto accaduto a Cadine, lo stesso PACOBACE, il Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno sulle alpi centro-orientali, prevede la possibilità di cattura dell’orso per la sua traslocazione in altre zone, una eventualità che non è stata neppure presa in considerazione dall’amministrazione provinciale” continua l’associazione. “Non è accettabile che l’amministrazione Rossi ricorra a metodi cruenti nella gestione di questi animali, fauna particolarmente protetta anche sotto il profilo sanzionatorio senza considerare le adeguate misure di prevenzione che responsabilmente andrebbero messe in campo”.

Ed è anche ciò che ribatte Lega Nazionale per la Difesa del Cane all’ordinanza. LNDC “pur manifestando solidarietà all’escursionista, ritiene il provvedimento soltanto punitivo e promulgato ad hoc per coprire le carenze con cui la provincia ha gestito e continua a gestire tutto il progetto Life Ursus. Un progetto, ricordiamo, ideato oltre vent’anni fa per reintrodurre l’orso bruno nel Parco dell’Adamello Brenta e visto con favore dalla Provincia che lo ha sempre però messo in atto finalizzandolo soprattutto a percepire i lauti introiti elargiti dall’Unione Europea (parliamo di svariati milioni di euro) e a utilizzare i plantigradi come attrattiva turistica, trascurando invece in toto quelle che avrebbero dovuto essere fin dall’inizio due componenti indispensabili: il benessere animale e le problematiche legate alla convivenza animale selvatico/uomo.”

Anche l’Enpa afferma “è stata sempre molto critica sul progetto LIFE perché prevedeva la reimmissione su un territorio tra l’altro fortemente antropizzato che avrebbe finito per creare non pochi problemi agli stessi plantigradi. Ma ora gli orsi ci sono e occorre pensare anche ad altre strategie di gestione che non comportino la reclusione a vita o l’uccisione. L’Ente Nazionale Protezione Animali ha più volte ribadito quanto sia necessario promuovere la convivenza, sensibilizzare i cittadini, adottare i comportamenti giusti, come in parte sta avvenendo ma, oltre a questo, occorrono anche azioni globali, istituzionali. Come ad esempio implementare la sorveglianza delle zone ai margini dei centri abitati, monitorare da vicino gli esemplari, e considerare l’estrema possibilità di trasferire gli animali veramente problematici nei santuari situati in altri Paesi europei o di realizzarne uno in Italia, visto che il nostro territorio risulta esserne privo”.

Gridare al lupo o meglio all’orso ad aggressione avvenuta non basta. Né per i cittadini che in quelle zone vivono e che hanno diritto alla tranquillità e alla sicurezza, né per gli orsi stessi che chiedono solo vivere liberi e non di finire i loro giorni in gabbia.

“Tutti gli esperti in plantigradi interpellati per il caso Daniza e i vari docenti universitari intervenuti nel convegno di dicembre 2014 a Bolzano, hanno maniacalmente insistito sull’opportunità inderogabile ed urgente di investire in modo massiccio in azioni di informazione capillare, di formazione del personale specializzato, di motivazione degli appartenenti alle categorie interessate, così come nell’adozione di mezzi dissuasivi efficaci fino ad arrivare alle misure di protezione individuale destinate ai singoli escursionisti” denuncia OIPA .”Lo scenario che si configura ora è diverso rispetto a quello dello scorso anno: tre università (Trento, Bolzano ed Innsbruck) si sono dichiarate disponibili a fornire la loro consulenza tecnico-scientifica per comprendere sia le dinamiche comportamentali degli esemplari coinvolti negli episodi più recenti, sia le ragioni che li hanno portati alle aggressioni”.

Infine “La pronuncia dell’ISPRA, che sancisce che non vi è relazione fra il numero di orsi presenti su un territorio e la loro eventuale pericolosità, chiarisce una volta per tutte che non ha alcun senso pensare a futuri interventi per ridurre il numero di orsi. E se quindi non è il numero di orsi a determinare la loro pericolosità, è evidente che l’unica possibilità di intervento concerne la prevenzione e quindi l’informazione corretta che metta in grado i cittadini di gestire al meglio eventuali incontri con gli orsi” conclude la LAV.

Fonti: LAV, LNDC, ENPAOIPA, Provincia Autonoma di Trento

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