India: messa al bando l’importazione di foie gras

Vittoria di Animal Equality. Ma la campagna internazionale contro questa tortura continua

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La produzione di foie gras è una delle più barbare a cui l’uomo possa sottoporre un animale.
Per ottenere la materia prima adatta a realizzare questo alimento le oche o le anatre utilizzate vengono sovralimentate forzatamente, per mezzo di un tubo metallico lungo 20-30 cm, infilato in gola e spinto giù fino al raggiungimento dello stomaco.
La somministrazione ripetuta di cibo, ogni giorno, più volte al giorno, porta l’animale a sviluppare la steatosi epatica, malattia definita appunto del “fegato grasso”.

Animal Equity Foie gras
Non vogliamo qui entrare nei particolari di cosa comporti per le povere anatre l’inserimento del tubo attraverso gola, trachea ed esofago, perché ben esplicato nel video-denuncia di Animal Equality, girato sotto copertura in un allevamento francese, intitolato “Quanta crudeltà puoi ingoiare?”.
Basti pensare che il periodo di alimentazione forzata, innalza il tasso di mortalità delle anatre da dieci a venti volte in più normale.

Oggi la produzione di foie gras è vietata in Germania, Argentina, Austria, Stato della California (Usa), Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca, Regno Unito, Irlanda, Israele, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca, Svezia, Svizzera, Turchia.
Ma in alcuni paesi europei come Francia, Belgio, Ungheria, Bulgaria e Spagna è ancora permesso.

Animal Equality sta conducendo un’impegnativa battaglia contro questa pratica attraverso una petizione indirizzata al Commissario Europeo per la Salute e la Politica dei Consumatori, Tonio Borg, per chiedere il divieto di produzione, importazione e vendita di alimenti provenienti da alimentazione forzata.
Sebbene infatti la produzione sia illegale in molti paesi è comunque possibile reperire il prodotto sugli scaffali delle maggiori catene di distribuzione, come ad esempio in Italia, dove non è permesso produrre foie gras dal 2007.
Animal Equality invita tutti i consumatori a far sentire la propria voce, scrivendo direttamente ai retailer per protestare contro la scelta di acquistare e offrire questo prodotto.
E’ possibile consultare la lista dei contatti sul sito dedicato dall’associazione a questa battaglia.

Foto: Animal Equality

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